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Abbiamo incontrato Luciano Mallozzi, uno dei più celebri esperti di vino del piccolo schermo e storico sommelier dal lungo palmares televisivo oltre a essere stato ambasciatore del vino italiano in Giappone (1999).

Un autorevole personaggio della Fondazione Italiana Sommelier che non potevamo escludere dalla nostra rubrica enogastronomica.

Intervista di Vittorio Savoia

Partiamo dall’inizio, prima di diventare un affermato sommelier cosa facevi?

In famiglia eravamo tutti un po’ attratti dallo sport in generale, quindi fino a vent’anni ho fatto solo sport. Ma non sapevo cosa fosse il vino, cosa fosse il fumo e non avevo distrazioni, mi allenavo soltanto ed ero anche molto timido, in modo quasi patologico. A 26 anni, sono diventato insegnante di educazione fisica e poco dopo ho aperto una palestra con un paio di soci, pur continuando a insegnare, cosa che faccio tuttora.

Nel 1989, seguendo una atavica passione per il cibo, il vino e il gusto in generale, decisi di frequentare il corso per diventare sommelier. Era il 1990, lo stesso anno in cui Franco Maria Ricci diventava, sotto la presidenza di Alberto Ciarla, delegato di Roma per l’Associazione Italiana Sommelier AIS, quando divenni sommelier.

Successivamente, affinando le tecniche di insegnamento e comunicazione, sono riuscito, nel mondo del vino, a diventare  protagonista in molte trasmissioni televisive chi mi hanno dato la notorietà di oggi. Esperienza che ho anche condiviso, con Paolo Lauciani, Franco Maria Ricci, Daniela Scrobogna, Massimo Billetto, Adua Villa e tanti altri illustri colleghi del vino.

Hai famiglia? Figli?

Sono felicemente sposato con Carla, dalla quale ho avuto una figlia, Adelaide, l’orgoglio di papà. Siamo ormai tutti e tre appassionati e affermati sommelier.

Quindi, finito il corso da sommelier hai subito iniziato come docente?

Si. Pensa che quando ho fatto il corso eravamo solo in 20 partecipanti. Ho visto nascere i progetti di Franco Maria Ricci, come la famosa rivista Bibenda, l’Oscar del vino e tanti altri.

Il tuo successo ti ha fatto incontrare molte persone importanti con le quali non hai mai perso occasione per recitare il vino. Ci racconti qualcosa al riguardo?

Beh, il vino genera curiosità. Ti racconto una storia carina che aiuta a rispondere a questa domanda: un  giorno, nel locale dedicato alla degustazione dei grandi vini del mondo entra Ligabue, il famoso cantante al quale, tra l’altro, mi accomuna il desueto nome di battesimo, e mi dice “ho 15 minuti, posso fare un corso?”. Io, sorpreso, rispondo “15 minuti? Beh, se ne hai 20 possiamo vedere cosa riusciamo a fare”.

Lo rivedo a capodanno del 1999, lui doveva fare il concerto a Piazza del Popolo; ci siamo visti il pomeriggio e ci siamo “sparati” una bella bottiglia di Syrah Case Via di Fontodi; dopo un po’ lui mi dice “basta, basta, altrimenti troppo alcool mi fa venire la voce rauca” e a quel punto rispondo  “ma scusa, allora è meglio, la voce rauca rappresenta il tuo stile, il tuo timbro, ci sta”. L’ho poi incontrato di nuovo a “Domenica Inn” dove mi ha raccontato che era stato in visita dal grande Angelo Gaja ma era rimasto deluso dal ricevere in degustazione, come atto carino di deferenza, una bottiglia di Gosset, il noto Champagne, quando lui si aspettava un assaggio del famoso Barbaresco.

Riferii l’accaduto a Gaja che rimediò offrendo a Ligabue una degustazione di Barbaresco quando tornò a trovarlo. Tutto questo per dire che Luciano Ligabue è un grande appassionato di vino rosso, ma questo non vale per tutti. Anche nel mondo di questi personaggi la cultura del vino ha bisogno di essere alimentata costantemente, per il bene di un prodotto che rappresenta un punto di forza della nostra amata Italia.

Ti senti arrivato o hai ancora qualche traguardo? Progetti futuri, sogni nel cassetto inevasi?

Arrivato mai. Piuttosto direi che a un certo punto della vita arriva la percezione di non avere più tempo per fare altre cose. Per esempio una cosa che mi è rimasta nella testa, come incompleta e che riprenderei volentieri, è l’esperienza vissuta in occasione del reality sul vino “War of Wineries” il primo reality dedicato al vino con giovani produttori che si sfidavano in gare semi serie e in certi casi costruite apposta per far entrare nel panico i partecipanti.

Come giudici furono scelti Barbara Tamburini, e altre autorevoli figure. Un modo originale per creare un approccio più virtuale e scanzonato al mondo del vino al fine di avvicinare quei giovani che vedono questo mondo come qualcosa di troppo difficile e lontano dalla loro quotidianità.

In FIS organizzate tanti eventi, hai delle preferenze?

Avendo una grande passione per le bollicine, mi sono inventato un corso sullo spumante, che andrà in onda a gennaio. In più, adoro la prima lezione del corso da sommelier che conduco io, dopo l’introduzione del presidente. In quel momento mi sento in dovere di smorzare la tensione generata dall’autorevolezza del corso e lo faccio con il mio modo scanzonato e scherzoso, seppur professionale.

Immagina di avere pochi secondi per lasciare un messaggio importante sul vino, cosa diresti?

Il vino ha una grande forza, va amato, anche per la sua grande potenzialità: questa bevanda favorisce le relazioni sociali contrapponendosi al mondo social tanto di moda oggi. Io mi considero un “animale sociale” che ha bisogno del contatto con le persone. Per spiegarmi, se fossi un attore sarei più da teatro che da televisione. Direi quindi che considero il vino un valido strumento di aiuto per la comunicazione efficace, che accomuna.

Un giorno, a Latina, ti chiamarono per consigliare se era meglio lo Champagne o il prosecco per le scelte natalizie. Che dici al riguardo?

Sarebbe facile rispondere Champagne, in verità ritengo errato paragonare i due prodotti, e non solo per la sostanziale differenza di prezzo. Sono convinto che il bravo sommelier debba saper consigliare il vino considerando anche il gusto del ricevente in rapporto alla sua capacità o volontà di spesa.

Per la stessa ragione, per consigliare bene un vino non si deve necessariamente considerare solo l’elemento di natura economica ma anche la consapevolezza che “la conoscenza fa la differenza”. Per questo cerco di far capre le differenze tra due prodotti diversi tra loro, sebbene accumunati dallo stesso elemento, in questo caso le bollicine. Pensate alla Smart, un’automobile dotata di 4 ruote tanto quanto una Ferrari; non per questo i due mezzi sono paragonabili tra loro.

Qual è il tuo vino preferito?

Adoro il Pinot Nero in tutte le sue declinazioni sebbene recentemente mi sia appassionato ai bianchi invecchiati, quelli fatti bene che riesci ad apprezzare anche a distanza di anni perché fatti bene e con attenzione ai processi di produzione. Ho notato con piacere che recentemente alcuni illuminati ristoratori stanno abbandonando la verticalità dei vini rossi per migrare su quella dei vini bianchi.

Parliamo dell’abbinamento del cibo al vino. Vino da abbinamento o da compagnia?

Anche questo tema rappresenta per me una battaglia per la quale scendo volentieri in campo. Sostengo che non bisogna essere schiavi dell’abbinamento perfetto.  Se ho a disposizione, per esempio, un grande barolo, non ritengo di doverlo per forza abbinare alla pernice o al cinghiale, a dispetto delle indicazioni accademiche. Ogni tanto il cibo può anche fare un passo indietro per lasciare il proscenio al vino.

Parliamo del vino in Italia. Cosa ci puoi dire al riguardo?

Sullo storico dualismo con la Francia, per esempio, posso dire che i francesi “fanno il loro” ma non per questo sono più bravi di noi. In verità, in Italia, non siamo bravi a valorizzare tutta la grande biodiversità dell’enogastronomia. Ne facciamo un cattivo uso, peccando in superficialità e trascurando l’importanza della diffusione della cultura sul prodotto e il suo collocamento.

Parliamo della scissione dall’AIS che ha portato alla Fondazione Italiana Sommelier. Che ne pensi?

Forse per qualcuno Franco Maria Ricci era diventato troppo ingombrante, trascurando il grande apporto che questo illuminato personaggio ha dato e continua a dare al vino e a ciò che gravita intorno ad esso.

Il distaccamento della “costola” capitanata da Ricci, rinata come Fondazione Italiana Sommelier , ha creato non pochi problemi al mondo del vino, poi risolti con l’ indiscussa affermazione della neonata. Gli eccellenti risultati raggiunti dalla FIS negli ultimi dieci anni non sono mai stati ottenuti in tutta l’intera storia dell’AIS.

Cosa credi di essere per i tuoi allievi e cosa vorresti essere?

Credo di essere citato come il professore della “non seriosità”, mi piace, infatti, usare sempre il sorriso e la battuta. Sdrammatizzare sempre, insomma. Al riguardo penso che spesso venga confuso il termine serio con serioso. Mi piace l’idea di essere “meno in cattedra” ma ugualmente efficace.

Quando posso farlo, la battuta la uso sempre, con questo caratterizzo la mia comunicazione. Preferisco una distanza breve tra cattedra e allievo. Ovviamente sono costretto a gestire il risvolto della medaglia di questa caratteristica, posto che alcuni soggetti non hanno la giusta capacità di lettura nei confronti di questa modalità di approccio.

Nel 2017 sei diventato cittadino onorario di Castelforte. Che dici?

È il mio paese di origine, dal quale ho avuto, dall’allora sindaco Giancarlo Cardillo, la cittadinanza onoraria. Ambedue i miei genitori sono di questo paese di 4000 anime, dove ho gli amici d’infanzia, quelli con cui ci facciamo la birretta e ridiamo e scherziamo raccontando e rievocando i momenti della gioventù. Qui ho ancora casa dove ci rechiamo d’estate per rilassarci.

Una cosa che nessuno sa di te?

Una cosa spiritosa, quando cammino tendo a non calpestare le righe di congiunzione delle mattonelle e ci sto abbastanza attento, le salto, ovviamente se sto camminando senza pensiero e se posso scegliere. Non c’è un motivo reale per cui faccio questa cosa, è una sorta di gioco mentale.

Un pregio e un difetto?

Sono sicuramente testardo ma con un grande spirito di adattamento.

Franco Maria Ricci ci ha raccontato l’evento formativo che avete organizzato nel carcere di Rebibbia per elargire il corso da sommelier. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza?

In quell’esperienza, dove sono stato il docente prevalente, ho tratto una sensazione che paragono al “mal d’Africa”, e che battezzo “il mal di carcere”. Come il mal d’Africa di porta a voler tornare in quel continente il mal di carcere ti porta a voler tornare li per continuare a condividere con loro la tua conoscenza sul vino. Per loro che vivono all’interno, il corso da sommelier è percepito come una opportunità di vita, per rapportarsi col mondo esterno e ricostruirsi. Lì dentro vivono in una dimensione molto particolare, difficile da concepire; è facile quindi capire la loro curiosità per un argomento, la cultura del vino, che non rientra tra la scansione di quello che fanno all’interno del carcere.

Questa esperienza mi ha insegnato l’importanza del dare maggior valore alla capacità di essere camaleontico per adattarsi alla platea, posto che gli astanti non possono essere considerati alla stessa stregua di coloro che frequentano abitualmente i nostri corsi in FIS.

Sono sono personaggi che non hanno pagato per fare il corso e tantomeno richiesto, quindi hanno un approccio e un comportamento diverso che necessariamente implica un metodo di insegnamento fatto ad hoc per loro.

Siamo la rivista del lusso, per questo recentemente, in SDA Bocconi, abbiamo collaborato in un evento volto a scandagliare questo mondo a 360 gradi, e c’era anche il famoso chef Carlo Cracco. Come declineresti questa esplorazione nel mondo del vino?

Ritorno a evocare il bisogno della diffusione della conoscenza. Se decliniamo l’esplorazione in questo senso il tema del lusso si traduce nella cultura che porta la persona facoltosa a scegliere un vino non guardando solamente il prezzo ma attingendo dalle informazioni possedute.

Per esempio, poco servirebbe comprare il “massimo” se poi lo abbini al “minimo”; quindi nel mondo del vino il lusso si traduce anche nella capacità di fondere le sensazioni che possono creare esperienze lussuose, per generare un’esplosione di emozioni che producano piacere coinvolgendo la sfera emotiva. Quindi valorizzare, per esempio, un giusto abbinamento piuttosto che apparire per l’etichetta.

Nel mondo immobiliare capita sempre più frequentemente di doversi occupare della vendita di cantine o aziende del settore. Cosa consiglieresti come risorsa principale di valore ai fini della vendita?

La parte strutturale e l’integrazione con l’ambiente circostante (intesa anche come ecosostenibilità) sono sicuramente gli elementi distintivi per una prima considerazione di valore. Aggiungo la storicità delle bottiglie come, per esempio, nel caso della vendita della cantina Ferrari alla famiglia Lunelli. In quella circostanza la famiglia Lunelli comprò, insieme all’azienda, la storicità di 11.265 bottiglie, la storia dell’azienda praticamente.

Anche la Customer experience svolge un ruolo importante nella determinazione del valore. Immaginate un’azienda che abbia consolidato l’abitudine a fornire al cliente, durante la sua visita in cantina, un’esperienza reale; il beneficio portato da questa abitudine genera fedeltà, fiducia e referenza, tutti elementi di grande valore in termini di stabilità della capitalizzazione aziendale.

We met Luciano Mallozzi, one of most wine experts of the television, an historical long-time tv award sommelier and Italian wine ambassador in Japan (1999).

He is an influential Italian Sommelier Foundation representative that we cannot exclude from our eco gastronomic column.

By Vittorio Savoia

Let’s start from the beginning, before becoming an asserted sommelier, what was your previous experience?

We were all attracted by every kind of sports in our family, so until the age of 20 I practiced nothing but sports. I did not what wine was, neither smoking, nor, since I had no distractions, I used to train all day long and I was shy, almost too much. At the age of 26 I became a physical education teacher, and I opened a gym with a couple of partners, although I kept teaching, and still do it.

In 1989, having an atavistic passion for food, wine and taste in general, I decided to attend the school for sommeliers. It was the year 1990, the same year when Franco Maria Ricci became Rome delegate for Sommelier Italian Association AIS under the presidency of Alberto Ciarla.

Subsequently, refining my teaching and communication skills, I succeeded in the wine world to become main character in many tv programs that gave me today’s notoriety. I shared this experience also with Mr. Paolo Luciani, Mr. Franco Maria Ricci, Mrs. Daniela Scrobogna, Mr. Massimo Billetto, Mrs. Adua Villa and many other distinguished wine colleagues.

Do you have a family? Children?

Yes, I am happily married to Carla, and we have a daughter, Adelaide, who is dad’s pride. We all have passion, and we are successful sommeliers.

So, when the school of sommelier was over, did you immediately start as a teacher?

Yes. Just think that while I was attending the sommelier school, there were only 20 of us. I saw projects created by Franco Maria Ricci, as the famous magazine Bibenda or something like the wine Award and many others.

Your success gave you the chance to meet several important people and you didn’t miss the opportunity to glorify the wine with them. Please, tell us something about it.

Well, wine creates curiosity. Let me tell you a nice story that helps answering that question: one day, in the testing place dedicated the greatest wines in the world, Ligabue enters, the famous singer who I am united to the obsolete first name, and he asks me “I just have 15 minutes, can I attend a school?”. I was shocked and I replied “15 minutes only? Well if you had 20 minutes, let’s see what we can do”.

I happen to see him on the new year’s eve in 1999, he had to do the concert in Piazza del Popolo (Rome); we met in the afternoon and we drunk a bottle of Syrah Case via di Fontodi; after a while he told me “Stop! Stop! Stop! Otherwise too much alcohol makes my voice hoarse.” So I replied “sorry, but I think it’s not a bid deal, the hoarse voice represents your style, your kind of voice, it’s ok”. Then I met him again at the tv program “Domenica In” where he told me that he visited the famous Angelo Gaja, but he was disappointed to be offered for tasting, as a nice act of respectfulness, a bottle of Gosset, the famous Champagne, when, on the other hand, he was expecting a taste of the famous Barbaresco.

I explained what I was told to Gaja who made up for it by offering Ligabue a tasting of  Barbaresco when he returned to visit him. All this is to say that Luciano Ligabue has a great passion for red wine, but it’s not the same for everyone. Even in the world of these people the wine culture needs to be constantly powered, for the benefit of a product that represents a point of strength of our beloved Italy.

Do you feel you have arrived, or do you still have any goals? Future plans? Unfulfilled dreams?

I’m never arrived. Otherwise, I should say that a certain age of your life you feel like you don’t have enough time to do some other things. For example, one thing I still have on my mind, which is incomplete to me and that I would start again with pleasure, is the experience in the wine reality show “War of Wineries”, the first reality dedicated to wine with young productors that challenged each other in semi-serious competitions and in some cases made specifically to panic the contestants.

The judges were Barbara Tamburini, and other highly respectable people. It’s an original way to approach more virtual and easygoing to the wine world so to approach those young people who see this world as something too difficult and too far from their everyday life.

In FIS you guys organize so many events, do you have any preference?

Having a great passion for bubbles, I invented a course of sparkling wine, that will be broadcasted on tv in January. Also, I love the first sommelier lesson that I lead, after the introduction of the president. In that moment, I feel I must ease the tension deriving from the authority of the course, and I usually do with my easygoing and teasing way, but always professional.

Imagine you have just a few seconds to leave an important message on wine, what would you say?

Wine has a great force, it has to be loved, even for its potential: this drink helps social relationships in contrast with to social world so trend today. I consider myself as “a social animal” who need a contact with people. Just to explain myself, if I was an actor, I would act in theaters rather than in tv. So, I should say that I consider wine a valid way to help an effective communication for people to stay together.

One day, in Latina, you were called to suggest whether it’s better the Champagne rather than prosecco for the Christmas choices. What do you say about that?

It would be easy to say Champagne, but to be honest I think it’s wrong comparing the two products, not only for the great price difference I’m sure that a good sommelier should be able to advise the right wine even considering the beneficiary’s taste and related also whether he can afford or wants to afford such cost.

For the same reason, to advise properly a wine, you don’t have to consider only the economic aspect, but also the awareness that “knowledge makes a difference”. That’s why I try to make people understand between two products different one from the other, although they’re the same element in common, in this case the bubbles. Just think of a Smart, a car with 4 wheels exactly like Ferrari: but it’s not reason to compare the two cars.

What’s your favorite wine?

I love the Black Pinot in all its varieties although I have recently become fond of for aged white wines, those well made you can appreciate even after years because they’re made with particular attention to production processes. I noticed with pleasure that some enlightened restaurateurs are abandoning the steepness of red wines and migrating to white wines.

Let’s talk about matching food with wine. Matching wine or accompanying wine?

This issue also represents a challenge that I like. I claim that people should not be slave to the perfect pairing. if I have at my disposal, for instance, a great barolo, I don’t feel that I necessarily have to pair it with partridge or wild boar, despite of academic directions.  occasionally the food can take a step back to let the wine take the proscenium.

Let’s talk about wine in Italy. What can you tell us about it?

On the historical dualism with France, for example, I can say that the French “do their own thing”, but that does not make them better than us. To tell the truth, here in Italy we’re not good at highlighting all the great biodiversity of Eno gastronomy. We are making bad use, faulting in superficiality, and neglecting the importance of spreading culture about the product and its placement.

Let’s talk about the split from AIS that led to the Italian Sommelier Foundation. What do you think about that?

Perhaps for some, Franco Maria Ricci had become too obtrusive, neglecting the great contribution this highly enlightened figure has made continues to make to wine and what gravitates around it.

The detachment of the “rib” headed by Ricci, revived as the Italian Sommelier Foundation, created quite a few problems for the wine world, later resolved with the unquestioned affirmation of the newly formed. The excellent results reached by FIS in the last 10 years haven’t aver been reached in whole story of AIS.

What do you think you are to your students and what would you like to be?

I think I am cited as the professor of “non-seriousness,” in fact, I like to use a smile and a humorous manner. Always undramatized, in short. In this regard I think the term serious is often confused with being straightforward, I like the idea of being “less in the desk” but equally effective.

When I can do it, I always use the gag, with that I characterize my communication. I do prefer a short distance between the desk and the student. Of course, I am forced to deal with the other side of this characteristic, since some individuals do not have the right reading skills toward this way of approach.

In 2017 you became an honorary citizen of Castelforte. What do you say?

It is my hometown, from which I was granted honorary citizenship by the former Mayor Giancarlo Cardillo. Both of my parents are from this town of 4,000 inhabitants, where I have childhood friends, those we have a beer and laugh and tease each other, telling and evoking the moments of our youth. Here I still have a house where we go in the summer to relax.

Is there something nobody knows of you?

There’s something fun. When I walk, I try not to step on the tile’s lines, I’m quite careful, I jump over them, but of course if I’m walking without thinking and if I can choose. There’s not a real reason why I do this, it a kind of mind game.

What about a virtue and a fault?

I’m definitively stubborn with a great spirit of adaptation.

Franco Maria Ricci told us about the training event you guys experienced in the Rebibbia prison to impart the sommelier course. what this experience left you with?

In that experience, where that I was the main teacher, I got the feeling I’m comparing “the sickness of Africa” to what I rename “the sickness of prison”. Just like “the sickness of Africa” makes you want to go back to that Continent, the “sickness of Prison“ is the same: you want to go back to keep sharing your wine knowledge. For those who live over there inside, the sommelier training is felt as an opportunity of their lives, to relate to the outside world and reinventing themselves. Over there they live in particular dimension, difficult to understand: it is easy therefore their curiosity for a topic, the wine culture, that are not part of the division of what they do inside the jail.

This experience gave me the chance to the importance of giving  more value to the ability of being chameleonic to suit to the public, since spectators cannot be considered in the same way as those who attend our trainings in FIS.

These are people who did not pay to train, nor even requested for it, that’s why they have a different approach and behavior, that necessarily implies a teaching method made specifically for them.

We are a luxury magazine, and recently for this reason, in SDA Bocconi university, we have cooperated in an event aimed at scrutinizing this world from a 360-degree perspective. The famous chef Carlo Cracco was there, too. How would you describe this exploration of yours into the wine world?

I return to call forth the need for the spreading of knowledge. If we interpret the exploration in this sense, the theme of luxury results in the culture that leads the wealthy person to choose a wine not just by looking at the price but by drawing on the information possessed.

For example, there would be little point in buying the “maximum” if you then match it with the “minimum”; therefore, in the world of wine, luxury also means the ability to fuse sensations that can create luxurious experiences, to generate an outbreak of emotions that produce pleasure by involving the emotional stimulation sphere. Thus enhancing, for example, a right combination rather than appearing for the brand’s label

In the real estate world it happens more and more frequently that you must deal with the sale of wineries or businesses in the industry. what would you recommend as a main resource for the purpose of selling?

The structural part and the incorporation with the surrounding environment (also intended as eco-sustainability) are certainly the distinctive elements for a first consideration of value. I would add the historicity of the bottles as, for example, in the case of the Ferrari winery’s sale to the Lunelli family. In that circumstance, the Lunelli family bought, along with the winery, the historicity of 11,265 bottles, the history of the winery practically.

Customer experience also plays an important role in determining value. Imagine a company that has consolidated the custom of providing the customer, during his visit to the winery, with a real experience; the benefit brought by this habit generates loyalty, trust and trustworthiness, all of which are of great value in terms of the stability of the company’s capitalization.

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