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Incontro con Franco Maria Ricci

Parlare di Franco Maria Ricci non è difficile, posto che lo precede la sua fama e nel mondo eno-gastronomico è considerato un vero guru: Presidente della Fondazione Italiana Sommelier, Presidente della Worldwide Sommelier Association, Direttore di Bibenda, la storica guida del mondo del vino e Premio Internazionale Enogà 2016 (personaggio dell’anno). Abbiamo fatto due chiacchiere con lui per svelare la persona che si cela dietro al personaggio della capitale romana.

Franco Maria Ricci, il guru del vino

Franco, come è iniziata questa storia divina? Anzi di vino, visto che venivi da un altro settore.

Da ragazzo ero uno scout, poi mi sono iscritto all’università di architettura ma prima di laurearmi ho iniziato a lavorare in una compagnia di assicurazione, dove sono rimasto per 36 anni. Un giorno, per caso, ho partecipato a un corso per sommelier che si teneva presso l’Hilton di Roma, vicino a casa mia. Da quel momento non ho mai più lasciato quel mondo. Mi sono accorto che c’era bisogno di una maggiore cassa di risonanza e la mia passione mi spinse a darmi da fare per contribuire in questo obiettivo.

E lo feci organizzando eventi che potessero consentire di raccontare il nettare degli dei e dare grande visibilità al mondo del vino.

Franco Maria Ricci

Quale fu il momento specifico in cui avvenne il cambio di rotta?

Quella prima esperienza, apparentemente casuale, mi fece notare che l’ambiente enologico era sprovvisto di una rivista specializzata che si occupasse di sè.

E così, nel 1998 decisi di creare “Bibenda”, una rivista rivolta agli appassionati del mondo del vino e agli addetti ai lavori: dai sommelier professionisti ai ristoratori.

In realtà il progetto nacque nel 1992 quando, insieme a Stefano Milioni e Alberto Ciarla, pensammo all’idea di fare una sorta di agenda del vino; fu lì che partorimmo il nome “Bibenda” come risultato di un gioco di parole volto a scherzare sul gerundio incompiuto di bibendum.

Ma la rivista da sola non bastava; creammo, quindi, una guida dove il vino veniva raccontato anche attraverso la storia e la descrizione delle aziende che lo produce- vano. La guida vendette, in edicola e in libreria, oltre 90 mila copie. Un risultato sorprendente per essere stata la prima iniziativa nel settore.

Oggi, solo in Cina vengono consumate 250.000 copie cartacee di Bibenda. E devo ringraziare proprio Stefano se questo successo ha continuato ad espandersi. Fu proprio lui, infatti, ad avvisarmi del cambiamento imminente della comunicazione esortandomi a guardare il mondo digitale come nuovo strumento efficace. Oggi Bibenda è migrata sulla versione digitale con 420.000 copie online.

All’interno dell’app ci sono 29.000 vini, 2.100 aziende vinicole, 2.000 ristoranti, 500 aziende produttrici di olio e 50 di grappa. Una guida online di tale entità non ha eguali in tutto il mondo. Basta scaricare l’app e il gioco è fatto, trovando consigli, descrizioni, caratteristiche e suggerimenti, anche con geolocalizzazione applicata.

Franco Maria Ricci

Al successo di Bibenda ha fatto seguito anche altro, ci puoi raccontare questa evoluzione?

Questo successo ci diede la spinta per realizzare il più importante premio nel settore viti- vinicolo italiano, l’Oscar del vino. Un’idea geniale fondata sulla scelta di una giuria popolare piuttosto che una di predefiniti. Abbiamo anche dovuto combattere per difendere l’idea, posto che l’Academy di Los Angeles ci denunciò per aver usato, a detta loro, impropriamente, il termine “Oscar”. Alla fine abbiamo vinto in cassazione; per questo l’Oscar del vino ha già tagliato il traguardo delle 20 edizioni.

E poi è arrivata la scissione dall’Associazione Italiana Sommelier per la quale eri presidente della regione Lazio, come mai? Cosa è successo?

Era natale del 2012, ricordo che andai a cena da una cara amica dove erano ospiti l’allora Presidente Monti e il ministro Vittorio Grilli (che aveva frequentato i nostri corsi da sommelier). In quel periodo stavo già vivendo una situazione di disagio, posto che gestendo

l’associazione percepivo continuamente l’esistenza di tanti piccoli orticelli, ognuno indipendente, ma senza propensione alla divulgazione della cultura del vino. Chiesi quindi ai presenti come avrei potuto fare per cambiare le cose, per migliorare la comunicazione sul vino, l’olio e i prodotti della terra, temi che considero patrimonio culturale della nostra nazione.

Feci presente che nel mondo del vino l’Italia è la più grande regione al mondo ma anche la più ignorante in materia, bisognava fare qualcosa per istruirla. Fu così che Vittorio mi suggerì di fare una fondazione. E quindi nel 2013 decisi di dare vita alla Fondazione Italiana Sommelier (FIS), creando non pochi dissapori all’interno dell’allora organizzazione AIS.

Quindi fai nascere la Fondazione Italiana Sommelier. A distanza di 10 anni possiamo tirare le somme? Qual è l’esito di un primo bilancio di questo decennio?

Da quel giorno è stato un continuo successo. Abbiamo dedicato anima e corpo a favorire la conoscenza del prodotto e di tutte le sue immense declinazioni. Oggi dirigo una macchina che fattura circa otto milioni di euro facendo lavorare 28 persone a tempo pieno, 48 in part time, 52 consulenti e 490 sommelier che prestano servizio, per nostro conto, qui all’Hilton di Roma.

Siamo presenti in 18 regioni d’Italia e in 32 paesi internazionali, dove il nostro corso per diventare sommelier è considerato il migliore del mondo.

Franco Maria Ricci, il guru del vino

Questo successo ti ha fatto conoscere molte persone importanti. So che tu non perdi occasione per recitare il vino insieme a loro. Ci puoi raccontare un po’ di storia di tutto ciò?

Ho iniziato dal Santo Padre, il Papa, che ho nominato sommelier ad honorem consegnandogli personalmente il taste-vin. Questo fu il primo incontro importante dopo la nasci- ta della Fondazione. Poi seguirono gli incontri con Mattarella, con Conte e altri membri del Parlamento Italiano.

Ho fortemente voluto affermare il concetto che la cultura del vino italiano è importante quanto la cultura dell’arte e della nostra architettura storica. “Il vino italiano vale tanto quanto il nostro Colosseo”, dissi loro.

Ho conosciuto anche Silvio Berlusconi, conoscenza che mi ha particolarmente sorpreso. Sapendo di incontrarlo ero timorato, non immaginando di cosa avremmo potuto parlare, o meglio, non pensavo di poter parlare con lui di qualunque argomento. Ebbi il coraggio di fare una provocazione chiedendogli se mi avesse regalato 5.000.000,00 €.

Lui mi sorprese dicendo “Che ci devi fare?” e io risposi “Ci voglio comprare il teatro Tenda per poi farlo dipingere dal mio amico Ottavio Missoni”. “E poi?”, mi replicò il presidente. “Ci metto una targa con scritto ‘città del vino’”.

So che hai anche ricevuto l’attuale Re d’Inghilterra. Ci racconti?

Carlo e Camilla, confermarono il detto che “la cortesia dei re è la puntualità”: avevamo appuntamento a Fiesole alle 19,30 e si sono presentati alle 19,27. Ricordo di averli ringraziati, posto che adesso anche il loro paese, grazie al cambiamento climatico, produce vini eccellenti. Li ho nominati sommelier ad honorem, anche per aver notato la particolare attenzione che ponevano nella degustazione. Non bevevano tanto per farlo.

E gli eventi? Sei noto per essere un guru in questo tema?

Organizziamo moltissimi eventi, tutti rivolti a raccontare il vino e i prodotti della terra in genere. Tra questi, ogni anno, organizziamo il Forum, annunciando un nuovo tema o iniziative in programma.

Lo scorso anno, per esempio, in collaborazione con l’Agenzia Italiana dello Spazio, abbiano annunciato una nuova e interessante iniziativa. Abbiamo pensato di consegnare ai signori dello spazio tre vini importanti in rappresentanza di altrettanti vitigni, il nebbiolo, il sangiovese e l’Aglianico.

Per il primo abbiamo scelto Angelo Gaja, per il Sangiovese Biondi Santi e per l’Aglianico Feudi di San Gregorio. Una sperimentazione che tra qual- che anno ci saprà dire di più sulla presenza di questi vitigni fuori dal nostro pianeta. Abbiamo anche organizzato il primo corso di sommelier presso il più grande Policlinico Centro di ricerca pediatrico d’Europa, il Bambin Gesù.

Si diplomarono sommelier ben 30 ragazzi; ricordo con piacere il giorno della celebrazione, fu emozionante.

In quell’occasione ho coinvolto tutti i più importanti produttori di vino italiani per partecipare a una raccolta di fondi a favore dell’ospedale per poter acquistare macchinari utili al dignitoso impegno di questa struttura.

Angelo Gaja mi diede una mano per far in modo che i soldi arrivassero direttamente all’o- spedale, raccogliemmo ben 270.000,00 €. Successivamente feci una cosa che avevo già fatto, in piccolo, nel mio passato: organizzammo un corso di sommelier per il più grande carcere d’Europa femminile, quello di Rebibbia a Roma.

Riuscimmo anche a ottenere i permessi per portare le ragazze carcerate nelle aziende vinicole a vedere dal vivo la produzione del “net- tare degli dei”. Il giorno della festa d’incoronazione il risultato fu eclatante, tutte le praticanti superarono l’esame.

Oggi ricordo con piacere una di loro, Giada, che ormai da un mese, appena uscita dal carcere, ha un dignitoso lavoro in una famosa enoteca romana.

Franco Maria Ricci, il guru del vino

Qual è il tema fondamentale che ti senti di sponsorizzare maggiormente?

Le nostre iniziative hanno tutte un unico ugual denominatore, quello di diffondere la cultura del vino made in Italy e la sua ricchezza. Una ricchezza che si identifica nella parola diversità. Basti pensare che in Italia abbiamo 756 vitigni diversi tra loro, mentre il resto del mondo ne ha solo 48; quindi la diversità presente in Italia rappresenta la nostra maggior ricchezza che si traduce nella potenzialità di produrre e offrire al mercato una svariata tipologia di vini, tutti diversi tra loro.

Una vera fortuna del nostro paese, aumentata dall’altra grande fortuna e cioè che ogni vitigno è sempre circondato da paesaggi floreali che cedono al prodotto un bagaglio di profumi tali da caratterizzarne l’impianto gusto–olfattivo.

Hai una preferenza personale, parlando del vino? Cosa preferisci bere?

Ne ho due, il Sassicaia e lo champagne in genere, includendo il nostro spumante. Amo anche la birra ma ora la bevo un po’ meno. Comunque, sia la classica birretta che lo champagne amo berli con il ghiaccio, scrivilo pure, non mi vergogno di dirlo. Ricordo che io e Maurizio Zannella abbiamo inventato un metodo di bere che abbiamo battezzato AIS per fare un gioco di parole sul fatto che il termine ghiaccio in inglese si pronuncia così. Tutto iniziò in una bettola vicino casa, dove c’era una bottiglia del noto champagne Krug.

Non era in frigo ma su uno scaffale, a temperatura ambiente. Decidemmo quindi di mettere prima il ghiaccio nel bicchiere e poi versammo lo champagne. Scoprimmo come le bollicine venivano esaltate dal ghiaccio. Ti ho detto che “lo puoi scrivere senza timore di vergognarmi” perché sono fermamente convinto che quando hai imparato a conoscere il vino, perché lo hai studiato e approfondito, puoi berlo come vuoi, per soddisfare il tuo piacere.

So che hai talento anche nel reclutamento! Per esempio, abbiamo intervistato Paolo Lauciani, uno dei tuoi autorevoli docenti; ci ha raccontato che hai intuito di poterlo reclutare come docente del vino. Che dici al riguardo?

Beh, avevo maturato una grande esperienza nel mio precedente periodo lavorativo. Ho praticato nel settore delle risorse umane per tanto tempo, quindi adattare questa competenza alla nuova realtà in cui mi ero calato non è stato difficile. Poi la fortuna ha fatto il resto, perché Paolo capitò in un nostro corso di sommelier dove ha potuto far notare le sue qualità.

Siamo la rivista del lusso, possiamo usare questo termine nel tuo contesto?

Assolutamente sì, con una precisazione: non siamo “lusso” nel denaro ma lo siamo perché abbiamo i migliori docenti e i migliori programmi per raccontare il vino, in tutte le sue declinazioni. Scrivilo pure, “fare lusso non costa” perché fare lusso significa fare le cose bene.

Grazie Franco, al prossimo evento.

Bibenda, pronti al via per il vino

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